Il caso Aldrovandi nel 2006

Nel gennaio 2006, come direttore di Kataweb (portale internet del Gruppo Espresso) segnalai ai nostri utenti che da alcuni giorni avevamo una nuova blogger molto speciale. Patrizia Moretti, da Ferrara, aveva aperto un blog per parlare della morte del figlio, Federico Aldrovandi.
Poco tempo dopo questa dolorosa vicenda – grazie all’impegno della signora Moretti, della sua famiglia e dei suoi amici, e di tantissimi altri – divenne un caso nazionale che ha portato a inchieste e processi.
Io la mia segnalazione la feci con questo articolo, che voglio conservare in questa sezione “Altri scritti” del mio sito personale.

 

La verità dietro il silenzio

di Luigi Carletti

All’inizio di quest’anno una donna ha aperto un blog suFoto casi Aldrovandi Kataweb per chiedere la verità sulla morte del figlio. Era il 2 gennaio, ed è probabile che il Natale da poco trascorso, il primo senza il suo ragazzo di appena diciotto anni, l’abbia aiutata a rompere l’ultimo, residuo, doloroso, diaframma di riservatezza.

Federico Aldrovandi era morto a Ferrara nella notte di quasi quattro mesi prima, il 25 settembre, mentre alcuni agenti di polizia stavano procedendo a fermarlo. Pare che, in stato di alterazione, stesse facendo confusione per strada e che gente del quartiere si fosse lamentata. Affermare che sia morto in circostanze “poco chiare” è dire tutto e dire niente, e infatti la famiglia, da subito, aveva chiesto di sapere come si erano svolti esattamente i fatti.

Sulla vicenda era invece calato il silenzio.

Quattro mesi. Per quattro mesi una madre che ha potuto rivedere il figlio in una bara, sfigurato da qualcosa che non capisce, ha chiesto di sapere, di conoscere, di essere avvicinata alla Verità. Per quattro mesi, quella donna, ha trovato porte chiuse, disinteresse, dinieghi e rifiuti, omertà. Quell’omertà che chi è nato e cresciuto in provincia, chi ha fatto i conti con i meccanismi e le sue dinamiche, conosce bene e sa che può far male. Male alle persone e male all’idea di civile convivenza che – si presume – dovrebbe risiedere nel profondo di ciascuno di noi.

Quando abbiamo letto i primi post del blog della signora Patrizia Moretti, madre di Federico, abbiamo deciso di portarlo in evidenza sulla home-page del portale. Lo abbiamo fatto perché ritenevamo, e riteniamo ancor più oggi, che il compito di noi giornalisti sia quello di favorire la conoscenza e non di occultarla, o mimetizzarla, o banalizzarla, magari per timore di chissà quale polverone o, peggio, per compiacere una qualsiasi autorità.

Lo abbiamo fatto anche perché nell’invocazione di Patrizia c’era il grido più antico e riconoscibile del mondo: quello di una madre che – senza accusare nessuno – chiede di sapere. Chiede che se ci sono responsabilità vengano chiarite. Chiede, in definitiva, di poter piangere il proprio ragazzo senza dovere, allo stesso tempo, odiare nessuno.

Noi riteniamo che la famiglia, e i parenti, e gli amici, e tutti quelli che avevano conosciuto e voluto bene a Federico, conservino nel fondo del loro cuore una speranza: la speranza che davvero si sia trattato di una maledetta disgrazia, e che davvero nessuno abbia colpito, o peggio ancora infierito, sul suo corpo di ragazzone pieno di vita. Ma riteniamo anche che non è mettendo la sordina ai fatti, o chiudendo la porta alle domande, che si aiuta la crescita civile di una comunità.

È davvero questa l’Italia in cui vogliamo vivere?

È questo il Paese che stiamo costruendo per le generazioni future? Un Paese in cui un ragazzo può morire tra agenti di polizia e nessuno – nessuno – che per mesi si muova per dare risposte, per chiarire una vicenda che definire preoccupante è dire poco?

Chiunque di noi guardi la foto di Federico, e pensi a ciò che potrebbe essergli accaduto, non può non pensare al proprio figlio, o al fratello minore, o a qualcuno della stessa età, con le stesse fragilità e le medesime incertezze. Chiunque di noi ascolti le testimonianze dei suoi amici, ragazzi dalla faccia pulita, che senza alcun eccesso chiedono solo di sapere, come può voltarsi dall’altra parte e dire semplicisticamente: ascoltiamo le fonti ufficiali?

Noi siamo ancora tra quelli che quando vedono un agente di polizia pensano a qualcuno che lavora al servizio della comunità. Siamo tra quelli che si commuovono per un poliziotto che si frappone tra il cittadino e qualsiasi pericolo, ma siamo anche tra quelli che – proprio perché non fanno di ogni erba un fascio – chiedono che chi mette in atto comportamenti illeciti, venga perseguito. Nell’interesse di tutti, incluse le nostre forze dell’ordine.

Non sappiamo che cosa è accaduto quella notte del 25 settembre. Un ragazzo è morto. Una madre chiede di conoscere la Verità. E la constatazione che tutto questo sia emerso solo quattro mesi dopo la tragedia, e solo grazie al suo grido sulla Rete, attraverso Kataweb, non ci dà alcuna soddisfazione. Ci riempie di tristezza e di angoscia per il futuro di questo Paese.